Testimonianze

IN VIAGGIO CON LA CELIACHIA E LE INTOLLERANZE: CE LO RACCONTA ELISA DI SONOALLERGICA

viaggio con la celiachia e le intolleranze - Travel Free From

Di tanto in tanto mi piace aggiornare la mia rubrica sulle testimonianze, semplicemente perché credo che lasciare spazio ad altre voci possa essere il modo migliore per trarre ispirazione nella gestione delle proprie esigenze. Questo post ha un po’ il sapore di una panoramica su come affrontare un viaggio con la celiachia e le intolleranze, perché a parlarcene è Elisa del blog Sonoallergica.

L’ho scoperta prima ancora di conoscerla dal vivo (durante l’ultima edizione del Gluten Free Expo) come voi avete scoperto me e tutti i blogger che seguite: navigando.

Chiaro che a colpirmi sia stato subito l’argomento affrontato sul suo spazio virtuale: il viaggio con la celiachia e le intolleranze alimentari.

Sì perché Elisa oltre a seguire una dieta senza glutine, praticamente da sempre, deve evitare il nichel, il lattosio e, da poco, ha sposato anche un’alimentazione vegetariana.

Direi che di free from la sua vita è piena.

Di lei mi ha colpita la capacità di raccontare le sue emozioni, prima ancora che il suo vissuto. Mi piace lo stile accattivante, coinvolgente e la capacità di farti sentire capita.

Nonostante la sua giovane età – non dite a nessuno che ci passiamo quasi 10 anni – si percepisce immediatamente che ha molta esperienza e padronanza con l’argomento e non solo.

Credo valga la pena iniziare a conoscerla più da vicino.

Mettetevi comodi, allora, perché come al solito vi ho scritto un post bello lungo, venuto fuori da ore di chat Puglia-Londra. Mi piacciono le storie ben approfondite e dettagliate.

Ecco allora come Elisa affronta il suo costante viaggio con la celiachia e le intolleranze alimentari.

*****

Elisa, hai scoperto di essere celiaca da piccola e intollerante dopo, quando è iniziato tutto?

Sono stata diagnosticata celiaca a tre anni, negli anni Novanta.

Per i miei genitori più che uno shock è stato un sollievo: stavo veramente male e sapere che la cura c’era, e non prevedeva medicinali invasivi, è stata una notizia accolta con gioia.

Risolto questo, però, soffrivo ancora di occhiaie molto profonde e, soprattutto, sfoghi di dermatite atopica invadenti e fastidiosi.

I test allergici da contatto davano risposte ogni volta diverse: nichel, cromo, formaldeide… ma non riuscivamo a trovare il bandolo della matassa. Finché un medico non mi ha suggerito di provare a togliere il nichel e i latticini dall’alimentazione: sollievo immediato, ma ancora una volta zero risposte, perché il breath test all’intolleranza è risultato negativo.

Nel giro di un paio di anni, mi è tornata una dermatite dolorosa e profonda ai palmi delle mani: anche lavarmi era diventato un problema e le mie impronte digitali erano irriconoscibili.

Nuovi test allergici, ma senza nulla di nuovo, fino a quando, girando per la rete, non ho trovato il blog di Simonetta, vivereconleallergie.

Lei è allergica al nichel anche a livello alimentare. Ho provato a chiedere al medico che mi seguiva se fosse il caso di provare quella dieta, senza riscontro positivo. Ciò nonostante ho decido di darle comunque una chance e, nel giro di due settimane, le mie mani hanno iniziato a rimarginarsi.

Ho seguito una dieta completamente priva di nichel e lattosio per alcuni mesi, per poi reintrodurre gradualmente alcuni alimenti.

A oltre due anni dall’auto-diagnosi di allergia al nichel alimentare, ho finalmente incominciato a intravedere un equilibrio, che cerco di aggiustare ogni giorno.

Come e quando hai imparato a conviverci?

In Francia, nel 2013, fresca di maturità e con la voglia di studiare in un Paese che amavo.

Ero una celiaca coi sensi di colpa. Sensi di colpa che si manifestavano potenti ogni volta che dovevo uscire a cena con qualcuno che non fosse un membro della mia famiglia.

Mi sentivo di condizionare troppo la vita di chi mi stava attorno, soprattutto in occasione di feste e viaggi.

Non mi ero mai resa conto di quanto tutto questo mi pesasse e mi facesse sentire disadattata finché non mi sono trovata finalmente ad avere la mia cucina. Qui potevo appoggiare il mio cibo ovunque, senza timore di incontrare briciole sospette.

In quel periodo ho iniziato a viaggiare spesso sola, e finalmente ero libera dal giogo del dover trovare un ristorante adatto a me ma che andasse bene a tutti.

Staccarmi da quello che era stato il mio mondo fisico e mentale per buona parte degli ultimi vent’anni, l’Italia, è stato fondamentale per me, per imparare a convivere serenamente con la celiachia, le allergie e intolleranze che l’accompagnavano.

Il web ti ha quindi “salvato”, per così dire, almeno nell’autodiagnosi dell’allegria al nichel. Quanto spazio hai lasciato ai consigli sul web, come hai imparato a setacciare le notizie buone da quelle cattive?

Prima di arrivare a Simonetta ho incontrato tanti blog e siti la cui autorevolezza era quantomeno dubbia.

La mia allergia al nichel da contatto era già stata confermata da numerosi test, per cui più che una auto-diagnosi da zero è stata un’interpretazione restrittiva di una regola che mi era già stata data: ridurre il più possibile il contatto con questo metallo.

Distinguere le notizie affidabili dalla fuffa di cui è pieno il web non è facile.

Blog come quello di Simonetta mi piacciono perché non consigliano ricette miracolose, ma raccontano semplicemente la loro esperienza, con alti e bassi.

Dal racconto di come un’altra persona con sistema immunitario “simpatico” ha risolto o alleviato un problema si possono ricavare spunti che vanno poi sviluppati e discussi con un medico o professionista.

Oppure si possono cercare libri di divulgazione scientifica che possono aiutare a prendere consapevolezza e a collegare problemi in apparenza non correlati.

Non ho mai tenuto all’oscuro il mio medico di base italiano dei miei esperimenti, e lui ha tenuto d’occhio le mie analisi e il mio stato di salute generale aiutandomi a correggere il tiro quando cercavo di trovare risposte facili.

Anche la mia famiglia mi ha aiutata a non scoraggiarmi, a mettere le cose in prospettiva e a non cadere in mano a ciarlatani.

Tu viaggi tantissimo da quello che leggiamo, quantifichiamo:  da quando viaggi e quanto viaggi durante l’anno?

Grazie a due genitori che non hanno mai vissuto la mia celiachia come un limite, viaggio da sempre.

A mio padre è sempre piaciuto viaggiare ed è grazie a lui che considero l’Europa la mia patria e mi sento a casa ovunque nel Vecchio Continente.

Con i 18 anni sono arrivati i primi viaggi con amici e in solitudine e quelli per visitare la mia famiglia che si è pian piano sparsa su tre continenti. Ci sono poi i viaggi di lavoro e le meritate vacanze!

Da quando vivo a Londra ho rallentato un po’ i ritmi. Prendo in media un paio di aerei al mese e qualche treno per gli spostamenti più brevi.

Ora che lavoro i viaggi importanti si sono ridotti a uno o due all’anno: per il mio ritmo di vita è più facile ritagliarmi qualche giorno qua e là per esplorazioni più brevi e frequenti.

Il viaggio del cuore?

Il Cile, dove la natura regna sovrana, dai ghiacciai del sud ai deserti del nord, e dove ho lasciato il cuore nella cittadina di mare di Valparaiso.

Il viaggio del cuore, invece, un roadtrip nell’europa centro orientale, tra Austria, Ungheria, Slovacchia, Slovenia e Croazia.

Quello del palato e dello stomaco?

Il Messico, dove ho assaggiato il mio primo avocado e scoperto i segreti della guacamole, ma solo perché altrimenti dovrei citare ogni città e regione francese.

E quello dell’accessibilità?

New York, Londra e Dubai a parimerito, dove ho trovato sempre l’imbarazzo della scelta.

Come è cambiato l’accesso ai menù alternativi, nel tempo?

É cambiato da morire!

Ricordo ancora quando a 7 anni mio padre passò 15 minuti a spiegare ai cuochi di un McDonalds’ parigino come fare a farcirmi il panino che mi ero portata da casa, in modo che non avesse contaminazioni.

Negli anni Novanta e primi anni Duemila, ogni pranzo o cena fuori, ogni soggiorno in hotel era condito da una ventina di minuti di spiegazione su cosa fosse la celiachia e come dovevano trattare il mio cibo. Prevedeva anche frequenti viaggi in cucina per controllare l’assenza di contaminazioni.

Quando ho scoperto dell’esistenza di ristoranti in cui facevano direttamente specialità tipiche senza glutine non ci volevo credere! Credo che il primo sia stato proprio a Londra, nel 2008.

La California nel 2010 è stata invece la scoperta delle centinaia di alternative gluten free nei supermercati: in un mese ricordo di aver provato almeno venti tipi di cereali.

Chi viaggia adesso ha, in ogni grande città, qualche riferimento di ristoranti e pasticcerie 100% senza glutine, o comunque con opzioni sicure. Vent’anni fa bisognava adattarsi a Parigi e Roma come oggi ci si adatta in piccole cittadine di provincia.

Il problema è passato dal dover sensibilizzare da zero, portandosi pane o pasta da casa e insegnando a trattarli in modo appropriato, all’evitare i locali che fanno senza glutine per moda e rischiano di farti stare male per leggerezza.

Dove e quando hai mangiato il primo piatto pensando  “finalmente qualcosa di gustoso!”?

Ricordo bene la mia prima pizza senza glutine con base fatta in pizzeria alla Pantera Rosa di Bologna: un sogno che si avverava!

Come hai gestito l’allergia al nichel invece?

Con un minimo di flessibilità e tanta pazienza.

Il rischio con l’allergia al nichel è di lasciarsi bloccare dal panico, perché il nichel è davvero ovunque: prodotti per la casa, cibi, vestiti e pentole.

Ma l’allergia al nichel va anche ad accumulo: ci sono cose che ci fanno avere reazioni istantanee e altre che magari possiamo tollerare.

Viaggiando, sapevo che c’erano aspetti che potevo tenere sotto controllo facilmente: cosa indossavo, mangiavo e con cosa mi lavavo.

Mi portavo quindi dietro prodotti per il corpo adatti, abiti di solo cotone o lana e mangiavo cibi semplicissimi e senza nichel.

Sapevo anche che altre cose erano controllabili con un minimo di inventiva: per esempio il contatto con superfici lavate con prodotti con nichel.

Ho iniziato a portarmi la federa da casa e a dormire con guanti e calzini per minimizzare il contatto con le lenzuola degli hotel.

Sapevo infine che controllare le pentole con cui mi venivano preparati i pasti era pressoché impossibile. La soluzione? Portarmi tanti snack e pasti da casa e scegliere cibi crudi dove possibile.

La mia tolleranza è pian piano migliorata.

Hai da poco sposato una dieta vegetariana, perché? Ti limita ancora di più o riesci a tenere tutto in equilibrio?

La scelta di essere vegetariana la contemplavo già da anni.

Ho sempre sentito dentro di me che avrei preferito non uccidere un animale per nutrirmi, se non era necessario.

A rendere difficile il passaggio in adolescenza era la paura di essere giudicata, è più avanti semplicemente il fatto che comprare la carne al supermercato o al ristorante non ti mette mai davanti al dubbio etico come lo farebbe il dover uccidere e preparare un animale con le proprie mani.

Da quando sono venuta a Londra avevo già eliminato il consumo di carne, che comunque anche prima mangiavo poco.

La scelta di abbandonare definitivamente anche il pesce è scattata dopo una chiacchierata con Natalia Menotti (la trovi su IG) poco prima di Natale.

Così ho rotto gli ultimi indugi e scelto di abbracciare lo stile di vita che reputo più giusto per me.

Mangio ancora uova biologiche di galline allevate all’aperto, miele e qualche formaggio non industriale di cui faccio incetta in Italia o Francia.

Certo, a livello di scelta nel mangiare fuori le variabili si sono ridotte. Ma come dice Obama “nessun cambiamento può avvenire senza un po’ di scomodità” e per me il vivere in pace con la mia coscienza non ha prezzo.

Da cosa parti nell’organizzazione del tuo viaggio con la celiachia e le intolleranze?

Parto informandomi sul Paese e sui suoi cibi naturalmente senza.

Faccio qualche ricerca sui locali gluten free, confrontandomi con amiche all’estero o facendo ricerche in lingua originale.

Mi occupo anche di tradurre qualche frase base in modo da saper comunicare la mia intolleranza in vari modi.

Studio come si dicono i nomi di tutti i cereali e le farine e imparo quali sono i piatti tipici naturalmente senza glutine.

Quando arrivo, faccio in modo di procurarmi un po’ di pane e simili in modo da sopravvivere anche in locali non certificati. E mi ripeto sempre di stare tranquilla, perché anche nel caso peggiore non dovrò correre in pronto soccorso per farmi somministrare l’adrenalina, come capita a chi ha allergie gravi.

Cosa non manca nel tuo kit di sopravvivenza?

Nella sua versione essenziale: un pacchetto di biscotti all’avena con gocce di cioccolato Nairn’s e uno di crackers senza glutine Mulino Bianco.

Il viaggio che ancora non hai fatto e il piatto che ancora non hai assaggiato?

Il viaggio che vorrei fare è il centro America on the road su un piccolo van: Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Belize, Guatemala e poi di nuovo in Messico, fino a Palenque.

Il piatto che ancora non ho assaggiato e che aspetto con ansia? I ravioli cinesi, che non trovo nemmeno a Londra!

*****

Che ne dite, è valsa la pena leggere la sua storia? Per conoscerla ancora meglio e scoprire le sue avventure per il mondo, cliccate su sonoallercica.it e buona lettura!