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TROIA: UN BORGO, UNA CATTEDRALE, UN ROSONE

Troia

Ancora rimaniamo in provincia di Foggia e ancora torniamo a parlare di Monti Dauni. Quest’oggi lo faccio focalizzando l’attenzione su uno dei suoi borghi più affascinanti: Troia.

Troia, da non confondere con Ilio, la città del Cavallo di Troia, è un borgo di poco più di 7.000 anime, da poco, insignito della bandiera arancione.

Cos’ha di speciale questo borgo, al punto da meritare la bandiera arancione? Apparentemente nulla. Scovando, scovando, però, viene fuori un bel tesoretto.

Il posticino, zitto, zitto, può vantare, infatti, un’origine molto antica, fra le più antiche della zona. Dobbiamo risalire fino al XII Secolo a.c.

Ci potrete arrivare abbastanza linearmente da Foggia, parcheggiare la vostra macchina a ridosso del belvedere sul Tavoliere delle Puglie e avventurarvi nel dedalo di stradine che conducono al centro storico. Così abbiamo fatto noi (c’è sempre quel sant’uomo del mio ragazzo con me).

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Ecco, sono 33 anni che vivo a 50 km da questo borgo e ho dovuto aspettare di arrivare a quest’età per visitarlo. Ne ho sentito parlare da sempre, soprattutto da mio padre. “Vai sui Monti Dauni? Allora vatti a vedere Troia, che è davvero suggestiva e poi ha una Cattedrale che è la fine del mondo“.

Volete la verità?

Quando sono scesa dalla macchina e, dopo essermi persa verso l’infinita distesa pianeggiante, mi son voltata verso il paese, ho pensato “Suggestiva? Mah?!

In realtà non avrei dovuto farmi ingannare dall’apparenza e non l’ho fatto, solo una riflessione fugace la mia, eh.

Superata la periferia un po’ anonima, mi son “persa” nel dedalo di stradine fino a sbucare sulla via principale del borgo. No, che non vi perderete. Non ci si può perdere in un borgo di 7000 anime. Tutte le strade portano al corso e… alla mitica Cattedrale.

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Su questo, devo dire, mio padre e tutti coloro che me l’hanno tanto decantata, hanno avuto perfettamente ragione.

In barba a tutti quelli che credono “vista una chiesa romana, le hai viste tutte“, vi dico (scrivo) che non è così.

Ognuna ha il suo fascino, ognuna le sue peculiarità, ognuna il suo significato. E la Cattedrale di Troia, architettonicamente parlando, è un forziere di significati.

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Lineare, bella, elegante, armoniosa, la sensazione che mi ha dato è stata quella di guardiana e protettrice della popolazione. Nella sua semplicità impone rispetto. È di una bellezza raffinata, da scoprire, da scandagliare. A primo impatto, potrebbe ricordarvi molte altre chiese con lo stesso stile. Ma più la osserverete, più ne apprezzerete i dettagli.

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Nel rispetto di questa bella poesia e dell’amore per i dettagli, da persona impaziente e avida di scoperta quale sono, mi son fiondata subito dentro, per scattare più foto possibile. Una malattia che mi ha preso, da quando ho questa nuova fotocamera professionale.

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In realtà, dentro, era in corso la celebrazione eucaristica e, dovreste saperlo, non è proprio il massimo del rispetto mettersi a scattare foto qua e là durante le celebrazioni sacre. Dopo via libera ai dettagli. Poco via libera, a dir il vero, perché era quasi ora di pranzo e, giustamente, anche i sacerdoti mangiano, sicché ci hanno un po’ tirati via a forza.

Ma, come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere e la bellezza di trovarsi nei piccoli borghi della Puglia è che, in qualsiasi momento, un loro abitante può mettersi a raccontare le storie di paese, senza che glielo abbiate chiesto.

Questo è quello che, dopo la storia delle Fucacoste ad Orsara, mi è successo qui.

Incantanti dal portale laterale di bronzo, da cui siamo usciti, uno di coloro che ci aveva invitati a farlo, poco prima, ci ha raccontato un po’ la storia ed il significato di questo incantevole edificio.

Il tutto fu voluto dal potente vescovo Guglielmo II e risale al finire dell’anno 1000. Come sempre, segno di potenza e autorità, i portoni di Bronzo, partiamo da questi, sono stati voluti da lui e risalgono al 1119. Su quello laterale, in particolare, sono riportate le figure dei vescovi che hanno retto il borgo, in tutta la forza del loro potere temporale.

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Diversi i simboli, invece, riportati sul Portone principale: il bene, il male, la redenzione, il superamento del male (raffigurato dai dragoni), prima di entrare nel luogo sacro.

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La vera punta di diamante, però, di tutto l’edificio è il rosone della facciata.

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Unico pezzo al mondo, unico per via della sua tecnica a traforo (sembra quasi un centrino all’uncinetto) e per via delle sue undici colonne. Undici, come il numero degli apostoli senza il traditore Giuda Escariota. Undici colonne, tutte convergenti verso il cordone centrale, simbolo di eternità, di perfezione, di Cristo.

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Ogni dettaglio di questa splendida realizzazione nasconde un significato. Ce li hanno tutti, sapientemente, spiegati, come le tredici colonne che delimitano la navata centrale, all’interno. Tredici come il numero degli apostoli, questa volta inclusi Giuda e Gesù. Ancora, come l’abside, leggermente asimmetrico rispetto a tutta la struttura. Nella sacralità di ciò che custodisce, doveva prendere le distanze dalle credenze che aleggiavano nella parte riservata al pubblico.

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Potrei andare avanti fino a riempire diversi articoli, perché, al di là dell’apparenza, questo borgo nasconde uno dei tesori più rari ed accattivanti al mondo. Non è un caso che provengano da tutto il pianeta a visitarlo, almeno gli amanti del genere. Brava Paola, sei dovuta arrivare fino a 33 anni per girare l’angolo di casa tua e scoprirlo anche tu!

Ironia e scherzi a parte, Troia si è rivelato un borgo che riconcilia con se stessi. Complice il clima autunnale o, come si dice da queste parti, l’ora contraria, c’eravamo solo noi per strada. Grazie a questo abbiamo potuto gustarlo al meglio.

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Oltre alla Cattedrale della Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, così si chiama, di scorci inediti ce ne son tanti. In più, un po’ come tutti i borghi del Subappennino, il panorama è mozzafiato.

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Non mi dilungo oltre, se capitate da queste parti, inseritelo nell’itinerario di viaggio. Non rimarrete delusi, anzi, mi darete ragione.

Ora, andiamo a riempirci lo stomaco. Nel prossimo post si parla di buona cucina casereccia.