CAMPANIA, Cultura, ITALIA

MASCHIO ANGIOINO: STORIA DI SIMBOLI E MISTERI

Maschio Angioino

Quello in cui vi condurrò oggi è un viaggio fra i simboli ed i misteri racchiusi nel maestoso Maschio Angioino.

Siamo in uno dei punti più suggestivi ed affascinanti di Napoli. Il Maschio Angioino, o Castel Nuovo, dà le spalle al Golfo di Napoli ed il fronte alle sue bellezze più rappresentative. Localizzato a pochi passi dal Palazzo Reale, da Piazza del Plebiscito, dalla Galleria Umberto I e dal Teatro San Carlo, non vi sarà affatto difficile arrivarci. Magari attraversando una della famose stazioni dell’arte della metro partenopea.

Il Maschio Angioino, un tempo sede reale, oggi ospita fondazioni e musei, uno fra tutti quello civico. Il percorso che ho voluto seguire io, però, esce fuori dai soliti schemi e ricalca le orme del sovrano che lo ha riportato alla luce: Alfonso d’Aragona.

Il viaggio parte dalla porta d’ingresso, si sviluppa su per l’arco di trionfo, e prosegue nel cortile interno, per terminare nella Sala del Trono.

Un percorso carico di meraviglia e significati. Un viaggio teso al congiungimento fra cielo e terra, alla scoperta del Graal. Un cammino che parte da precise promesse e termina con il loro compimento.

Tutto avviene a livello simbolico.

Alfonso d’Aragona è giunto dalla Spagna ed è entrato nel Regno di Napoli nel 1443 e deve, in qualche modo, legittimare il suo ruolo a discapito di chi potesse ritenerlo un usurpatore. Alfonso lo fa promettendo due rivelazioni al popolo di Napoli.

Il primo di questi è la conoscenza, l’elevazione, la cultura. Alfonso era un sovrano amante dell’arte e della letteratura, alla ricerca delle misure del Mondo, e prometteva di riporle nelle mani dei napoletani. Questa impresa – così vengono definite – si esprime nel simbolo del libro aperto.

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La seconda impresa è rappresentata dal miglio color oro. La promessa che cela è quella di portare il popolo di Napoli, da materia grezza in cui lo ha trovato, a prosperità e sviluppo.

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Alfonso, inoltre, intende mantenere queste promesse attraverso un percorso improntato sulla fiducia e sulla ricerca dell’infinito.

Il simbolo del nodo è quello eletto a raffigurare il legame di fiducia fra sovrano e cavaliere. Un nodo entro cui si può iscrivere una stella o la figura dell’uomo vitruviano. Alfonso, e non solo lui, riteneva l’uomo contenitore dell’infinito. La sua missione era quella di ricongiungersi con questo infinito: il Graal.

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Solo portando al termine queste imprese, egli sarebbe stato degno di sedersi sul trono periglioso. Il quarto simbolo, la quarta promessa. Un trono sovrastato da una fiammella, quella divina, che poteva essere benefica o malefica. Benefica, se a sedere sul trono fosse stato un sovrano puro di cuore e ricongiunto con il suo Graal. Malefica se, bypassando tutte le difficoltà della vita, si fosse seduto un sovrano non ricongiunto con il suo infinito.

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Una storia che potrebbe esaurirsi già qui, per il suo fascino, ma che esplode completamente nelle successive tappe del tour all’interno del Maschio Angioino.

Questo, infatti, insiste ancora sull’ingresso del Castello e sposta l’attenzione sull’Arco di Trionfo.

Un’opera  realizzata nel 1453, dall’apparente intento propagandistico, ma dal profondo significato mistico.

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Nella sua magnificenza esso è carico di simboli, tutti atti a legittimare l’ingresso trionfale di Alfonso nella città e nel Maschio Angioino. Un ingresso durato sei ore, che ha visto il sovrano ricoperto di porpora, e seduto sul suo baldacchino trainato da cavalli bianchi, come un imperatore romano.

La rappresentazione di questo ingresso è riportata sul primo arco e vede, fra le diverse figure maschili del corteo, solo una presenza femminile.

La fanciulla in questione è Lucrezia D’alagno, figlia di un notaio, che, nel giorno di San Giovanni, è riuscita a sedurre il sovrano ed entrare nella sua corte come regina di fatto. Non poté mai sposare il suo amato, perché già unito in matrimonio alla sovrana Maria di Castiglia. Il loro fu un amore puro e platonico.

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La figura di Lucrezia, nell’opera trionfale, rappresenta l’amore che accompagnò Alfonso lungo il suo viaggio alla ricerca del Graal.

Un viaggio voluto e protetto dall’alto, come rappresentano le figure degli angeli e dei fiori, posti sotto la volta dell’arco. Questi ultimi rappresentano il ciclo della vita.

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Ancora, sul secondo arco, padroneggiano le quattro virtù cardinali sotto la protezione e la guida dell’Arcangelo Michele.

Quello che dovrebbe essere una semplice spettacolarizzazione autoreferenziale, diventa la rappresentazione del suo viaggio volto al ricongiungimento con l’infinito, accompagnato dall’amore di Lucrezia e protetto dagli angeli e dall’Arcangelo Michele.

In realtà c’è stato molto di megalomane in questo sovrano. La sua convinzione di rappresentare il congiungimento fra cielo e terra lo ha posto in un immediato conflitto con la figura papale. Un conflitto tacito e appena simboleggiato nel cortile del Castello. Lì dove potrete osservare la porta d’ingresso della cappella palatina posta in posizione inferiore rispetto all’ingresso della Sala del Trono.

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Una sala dal sapore fortemente rituale, dove tutto si compie. Una sala testimone di un fatto di cronaca tanto grave quanto triste per l’intero periodo aragonese: l’imprigionamento di tutti i baroni.

Altrimenti conosciuta, proprio, come Sala dei Baroni, oggi, viene utilizzata per le sedute del consiglio comunale ed è completamente svuotata dei suoi arredi originari.

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Dovendo immaginarla, essa era arredata con piastrelle di maioliche provenienti da Valencia, su cui erano riportate, in maniera ossessiva, le imprese presenti sulla porta d’ingresso.

Il trono era posto fra la finestra e l’accesso alla sala, perché il sovrano potesse guardare verso est, dove sorge il sole. Proprio di fronte al trono vi era un grosso camino e la loggia dei musicisti e grossi arazzi ricoprivano le pareti.

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Ciò che però è rimasto, e rappresenta l’elemento più importante, è la sua forma. La sala si presenta a pianta quadrata (simbolo della terra), sovrastata da una volta a forma ottagonale (simbolo del sovrano), che culmina in un oculum di forma circolare (simbolo del potere divino).

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Nulla è stato lasciato al caso qui. Dal trono, agli arredi, all’altezza della sala. Anch’essa rappresenta il viaggio del sovrano, dell’eroe, che in questo luogo giunge a compimento.

Un viaggio verticale, verso l’alto, che vede il sovrano quale protettore della città ed intermediario del potere divino, per mano dell’Arcangelo Michele. Questa è l’unica parte dell’Arco di Trionfo visibile dalla sala. Il ruolo ultimo del sovrano è stato quello di proteggere Napoli dai nemici, dopo tanti anni di guerra, e donare loro la conoscenza delle misure del mondo e la prosperità del miglio.

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Un percorso che è stato sintetizzato in un passo dei salmi, riportato sulle maioliche del pavimento: Domus mea auditor ego despiciam inimicos meu. Il signore mio aiuto ed io guarderò dall’alto i miei nemici.

Alfonso fu un sovrano che seppe regalare magia e meraviglia, ancora oggi, visibili all’interno della sala.

Ogni 21 giugno, giorno del solstizio d’estate, alle 17:30, da un fessura posta sulla parete ovest entra un raggio di sole. Anch’esso segue un percorso, un viaggio verso la loggia dei musicisti. Parte da semplice quadrilatero e, man mano, assume le sembianze di un libro aperto. È in questo modo che egli mantiene la sua promessa verso il popolo di Napoli.

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Il Maschio Angiono, al di là dei simboli, dei miti e delle tradizioni, regala un fascino unico. Io vi ho lasciato solo qualche spunto, perché possiate approfondire l’accattivante storia di questo luogo e del suo sovrano.

E voi avete già visitato il Maschio Angioino? Cosa avete scoperto? Voce ai commenti.