Caseari, ITALIA, Lieviti, Puglia, Uova, Vegano

GRANO DEI MORTI: DOLCE TIPICO NOVEMBRINO SENZA LATTOSIO

grano dei morti

Siamo ad un settimana dalla commemorazione dei defunti, dalle Fucacoste e da tutti i festeggiamenti, paradossalmente, connessi a questa ricorrenza.

Non voglio tirarla per le lunghe, ma in questo frangente mi è capitato di riassaggiare un dolce che conoscevo bene e che è indissolubilmente legato a questa tradizione. Per essere precisi, la sua denominazione esatta è Grano dei Morti.

Aridaje, mo ricomincia con ‘sta storia dei morti.

Non fate così, dai, tutto sommato siamo ancora nel mese di Novembre e, nonostante impazzino già i preparativi per il Natale, per i più devoti, questo rimane sempre il mese dei defunti.

Dunque, si stava parlando di cibo. Il Grano dei Morti, come potrete ben intuire, è un dolce tipico di questo periodo. La zona in cui viene realizzato è quella della provincia di Foggia. Per essere sempre più precisi, dobbiamo considerare l’area dei Monti Dauni.

Perché Grano dei Morti? Un po’ macabra come cosa. E non vi ho ancora illustrato il significato.

Non spaventatevi, nulla di macabro, è un dolce che affonda le sue radici nella cultura contadina di queste terre e ne costituisce l’essenza, almeno in questa stagione.

Gli ingredienti base sono: grano cotto, mosto cotto, più noto da queste parti come vin cotto, chicchi di melograno, noci a pezzi e scaglie di cioccolata. Scrivo base perché, poi, paese che vai, riadattamento che trovi. C’è chi ci aggiunge la cannella, chi i canditi, chi ancora preferisce la cioccolata al latte, chi quella fondente. Ce n’è per tutti gusti, insomma.

È tipico di questo periodo, innanzitutto, per la stagionalità dei suoi ingredienti, poi, per il significato che “aleggia” dietro ognuno di esso.

Il Grano dei Morti, come dire, rappresenta lo stretto legame tra la vita e la morte. L’indissolubile segno di riconciliazione tra viventi e non.

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Il chicco di grano, quello che mangerete, con la sua morte dà vita alla nuova spiga, rigoglioso e abbondante simbolo di vita.

Il melograno, con i suoi chicchi, simboleggia l’abbondanza. Secondo qualcuno bisognerebbe mangiarlo anche a Capodanno, per fare soldi all’anno nuovo, come le lenticchie o l’uva.

Ancora, il vin cotto rappresenta il sangue, le noci il cervello o le ossa.

La cioccolata, immagino, serva ad addolcire tutta la carica luttuosa della ricetta, almeno se è al latte. Se è fondente, buon per noi intolleranti ai caseari, potremo mangiarlo senza problemi.

Ok avete ragione, c’è qualcosa di macabro in questo dolce. Praticamente, letta così, sembra di avercelo nel piatto un defunto. Ma no, vi assicuro che il sapore è molto particolare e va giù che è una meraviglia.

Scherzi a parte, era il piatto che si faceva trovare ai defunti, sulla tavola imbandita, nella notte fra l’1 ed il 2 Novembre.

Senz’altro è segno di benevolenza fra questi ultimi ed i vivi che, in questo modo, intendevano ricongiungersi a loro. Se volete approfondire tutta questa bella tradizione funeraria, vi rimando proprio all’articolo di una settimana fa.

Io l’ho citato perché, oltre ad essere un piatto tradizionale delle mie parti, può andar bene a molti golosi che soffrono di intolleranze alimentari.

Cosa non c’è in questa ricetta? Beh, potete intuirlo da soli. Non è il solito crumble o la solita torta. È più un’insalata, mettiamola così. Non ci sono uova, non ci sono caseari, non ci sono conservanti, additivi, addensanti, nulla di nulla. Singoli e naturali ingredienti mescolati tra loro. Quelli più particolari senz’altro: il mosto cotto e la cioccolata. Se quest’ultima è fondente, ok anche per i vegani, altrimenti nulla. Idem per il mosto, per i lieviti che potrebbe contenere.

A parte tutte queste specificazioni, si tratta di un dessert molto semplice, genuino e, come avete letto, fortemente carico di significati.

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Nel mese di Novembre non vi sarà difficile trovarlo in quel di Foggia e, più che altrove, nei borghi della Daunia. Soprattutto se ci riferiamo ad osterie e trattorie che amano servirvi cucina tipica e casereccia, non vi faranno mancare un calice o uno shottino di grano dei morti.

Per noi, che di solito bypassiamo il dessert proprio perché intolleranti a molti alimenti, è la festa dei sensi. Non ci sentiremo bistrattati, come capita spesso, non dovranno preparare nulla a parte, solo farci assaggiare un bel pezzo di tradizione pugliese.

Ecco, dove l’ho assaggiato, facciamo che ve lo racconto nel prossimo post.