Città, ITALIA, Lombardia, VEGANO

GHEA: ESIGENZE ALIMENTARI SPECIALI E NON ACCORGERSI DELLA DIFFERENZA

Ghea

Ghea, un nome che ricorda la terra, per ovvie ragioni di assonanza, e che sa molto di natura.

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Siamo in un ristorante vegano, nella zona dei Navigli di Milano, precisamente in via Valenza. Un po’ più defilato rispetto alla schiera di locali che popolano le rive della darsena.

Di Ghea ho adorato le immense vetrate che lo circondano. Trasmette subito un non so che di leggerezza e trasparenza. Trasparenza come la cucina a vista, appena infondo all’ingresso. Trasparenza, come l’accoglienza che mi hanno riservato.

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Ci sono venuta di sabato, a pranzo, con Anna Lisa, l’amica che mi ha ospitata a Milano.

Sono arrivata in anticipo, anche per trovare riparo dalla pioggia battente che mi ha perseguitata tutta la mattina. Così, avendo un po’ più di tempo a disposizione, ho chiesto di scattare alcune foto al locale.

Ma certo, soprattutto se si tratta di una blogger” . Sgamata! “Anzi,  fare qualche scatto anche a noi ed alla cucina, se lo ritiene opportuno“. Sono seguite presentazioni del personale e dello chef.

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Ammetto, è stata la prima volta che mi sono trovata ad agire alla luce del sole. Nulla era stato preparato e nulla accordato. Come capitato altrove, mi ha colpita l‘ambiente sobrio, fresco e green, con questa luce soffusa, nonostante le ampie vetrate, e volevo immortalarlo.

Un po’ mi son sentita spiazzata, temevo che questo potesse in qualche modo condizionare l’andamento del pranzo e invece no. Tutto come se nulla fosse, con l’aggiunta di potermi muovere liberamente senza esser tenuta d’occhio o considerata un “ispettore” in borghese.

Per me, un locale che si dice disponibile ad aprire le cucina ad una perfetta sconosciuta, che si presenta con una reflex in mano, e non si sa dove finiranno poi queste fotografie, è un luogo che non ha nulla da temere. Sa di lavorare come si deve, di non aver nulla da nascondere e, anzi, che vengano pure alla luce i punti di forza di questa cucina, che non è una cucina ma un “laboratorio di cucina naturale”, come si definiscono anche loro.

Bando ai preamboli e andiamo dritti al sodo. Ne scriveremo per esempi pratici, vedendo subito quale sia stato il menù scelto da me e dalla mia amica, non vegane.

Lingotto dorato di riso venere e patate viola.

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I lingotti son stati quattro, fragranti o croccanti, per esser più precisa. Il classico croccante fuori e morbido, anzi, avvolgente dentro. La salsina alla base è stata all’arancia, aromatizzata al finocchietto. E piccoli veli di finocchio li potete scorgere anche come decorazione sul piatto. Porzione equa, due per ogni, sia per me che per Anna Lisa. Cosa volete che vi scriva? Me lo sarei pappata tutto da sola. Peccato avesse fame anche lei.

Andiamo avanti con le portate principali.

Per me: ravioli di cavolo nero saltati al porro, su salsa al curry e crema di cavolo rosso.

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Con questo trionfo di cavoli, cavolo se mi son piaciuti. Adoro i ravioli, in tutte le forme ed in tutte le salse. Spesso, però, devo rinunciarci, almeno nei locali tradizionali, perché c’è sempre un elemento formaggioso nel ripieno. Sicché quando ho la fortuna di beccarli in questi ristoranti vegan, non ci penso due volte. Giusta dimostrazione per chi crede che veganismo sia sinonimo solo di zuppe e vellutate tristi. Ma quando mai.

Per Anna Lisa: sandwich di tempeh con crema di porro e porcini, su polenta tartufata.

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L’aspetto invitante. Qualcosa che sa più di brunch della domenica o di pausa lavoro e che, invece, si è rivelato degno di un rilassante prefestivo. Non l’ho gustato a dovere, per via dei funghi. Chi mi segue sa che non posso. Una piccola trasgressione l’ho fatta e ho dato anche io un morso al sandwich. Tempeh? Perché si sentiva che fosse di tempeh? Non al punto da far rimpiangere il classico pan carrè, anzi, decisamente, non vi verrebbe mai di rimpiangerlo. Tre volte ho assaggiato il tempeh in vita mia e la prima mi ha scoraggiata al punto da non volerlo riprovare più, tanto facilmente. Qui abbiamo recuperato punti alla grande.

Concludiamo con il dessert, sempre in due. Anzi, uno e mezzo, perché Anna Lisa era arrivata e non c’era spazio ancora per molto nel suo stomaco. È sempre una fortuna andare a pranzo con chi si riempie prima di te. Felicità!

Piccola crostata casereccia con ganache al cioccolato fondente e piccoli frutti.

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Degna conclusione di un pranzo sano, leggero, gustoso che di sacrificante ha avuto ben poco. Pasta frolla friabilissima, ganache cremosa e avvolgente, frutti sufficienti a ripulire dall’amalgama del cioccolato. E quelle due praline? Eh eh, non vi dirò tutto io. Veniteli a scoprire voi, se fate ancora in tempo.

Già, se fate ancora in tempo, perché il menù è stagionale e stanno per cambiarlo, se non l’hanno già fatto.

Ghea, da buon ristorante che rispetta natura, salute, Km zero ove possibile, non predispone un unico menù valido 365 giorni all’anno. Predilige, invece, carte stagionali, in base alle materie prime naturalmente disponibili durante i dodici mesi.

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Ecco, per loro che credevano di avere di fonte una food blogger esperta di cucina e forse mi leggeranno, scrivo che mi spiace averli delusi. Non sono un’esperta di cucina e neanche food blogger. Non descrivo i piatti facendo approfondite analisi gustative, visive, nutritive. Ricorro ad un linguaggio di uso comune, da normale consumatrice con esigenze alimentari speciali.

Esperta o no, mi sento comunque di ascrivere il locale nella categoria Free From.

Ghea è vegano, quindi niente latte, lattosio, uova, animali o derivati. Sono in molti a poter stare tranquilli qui. Anche per un intollerante ai lieviti, ad esempio, ce n’è. Basti pensare al menù che abbiamo consumato noi. Il tempeh: come gustare un sandwich senza pane. E fra i dessert, idem, di scelte senza pasta lievitata ce n’era.

In più Ghea si è rivelato un locale assolutamente tranquillo. Nessuna invadenza da parte del personale, niente caciara (posso scrivere così?), spiegazioni sufficienti a far comprendere il piatto o su richiesta, al massimo. Nonostante avessero ben intuito che ne avrei scritto, non hanno forzato la mano in alcun modo. Niente sviolinate o tentativi di accattivare giudizi positivi. Hanno lasciato fossero i piatti a parlare ed hanno parlato bene.

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Un ristorante vegan, adatto anche a chi vegano non è. Noi siamo state due esempi lampanti. A parte le mie esigenze, avremmo potuto sceglierlo anche mosse da semplice curiosità e rimanerne ugualmente appagate.

Prezzo? Nella media dei costi milanesi per ristoranti di fascia medio-alta. Comunque un buon rapporto qualità prezzo.

A voi, ora, raccontarmi la vostra esperienza, se ci siete stati.