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FUCACOSTE E COCCE PRIATORIJE: ALTRO CHE HALLOWEEN.

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Siamo nel giorno della commemorazione dei defunti. Siamo anche a più di 24h dalla tanto discussa notte di Halloween.

Halloween: il pomo della discordia che divide l’opinione pubblica nei giorni a ridosso fra ottobre e novembre. Chi ne parla bene, chi ne parla male, chi ci vede Satana e chi un modo per fare, semplicemente, divertire bambini e adulti.

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Personalmente non credo in queste feste. Troppo banale essere anticonformista, altrettanto banale dirsi per forza contro, nascondendosi dietro la scusa dell’americanizzazione e del consumismo. Tutti siamo, in parte, americanizzati e tutti, altrettanto in parte, consumisti. Non credo in Halloween, come non credo in San Valentino o nella Festa della Donna. Ma, allo stesso tempo, non vedo nulla di male in chi vuol cogliere l’ennesima occasione per aggregarsi, divertirsi, stare in compagnia e festeggiare, in modo sano si intende. Io, in questo, non mi faccio alcun problema, qualunque ricorrenza ricada. Della serie, se dovessi esser io a organizzare qualunque cosa in nome di queste feste, non lo farei. Ma se gli amici mi coinvolgono o il fidanzato mi fa una bella sorpresa, perché no?

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C’è però qualcosa in cui ho sempre creduto e credo profondamente: le tradizioni popolari. Di qualunque cultura si tratti, di qualunque natura sia, ho sempre trovato affascinanti e imperdibili i racconti e le ricorrenze legate alle tradizioni popolari.

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Senza necessariamente buttarla sul religioso, secondo la tradizione italiana, il 2 novembre si commemorano i defunti. E la notte fra l’1 ed il 2 novembre è quella, la nostra, che precede tale ricorrenza. Che sia Halloween o commemorazione dei defunti, sempre di defunti si tratta, ma in chiave diversa.

Nella chiave che vi mostro oggi ci sono molte similitudini fra queste due festività. La prima fra tutta, per buona pace dei sensi, è lei: la zucca.

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Non devo certo insegnarvi io che la zucca è il simbolo mondiale, per eccellenza, della notte di Halloween.

Quello che invece non si sa è che, in questo piccolo borgo dei Monti Dauni, dal nome Orsara di Puglia, la zucca intagliata è simbolo di una festa che si chiama Fucacoste e Cocce Priatorije.

Oh mamma mia! Fuca che? Chiaro che l’espressione è dialettale. Letteralmente sta per fuoco accanto (Fuca-coste) e Cocci (teste) del Purgatorio (Cocce Priatorije).

Non ci abbiamo ancora capito nulla. Neanche io, finché non ho ascoltato la sapiente spiegazione di un sacerdote all’interno della chiesa parrocchiale di San Nicola.

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Sono pugliese e questo, ormai, dovreste saperlo. Vivo nella provincia di Foggia e questo credo di non averlo mai scritto. Non è la prima volta che assisto a questo evento, ma mai come quest’anno ci sono entrata dentro, capendone il senso profondo.

Andiamo per ordine.

Il tutto inizia alle ore 19 del 1 novembre, con i rintocchi di campana della Chiesa Madre, che danno ufficialmente il via all’accensione dei fuochi.

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Enormi falò vengono infiammati in ogni angolo della piccola Orsara. Sembra quasi una gara a chi riuscirà ad alimentare il fuoco più alto e scoppiettante, grazie all’utilizzo dei rami di ginestra.

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Un trionfo di luci soffuse, scricchiolìo di legno ardente, calore (che non è male, visto il clima) e, chiaramente, puzza di fumo.

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Suggerimento: casomai l’anno prossimo desideraste venirci – e ve lo consiglio vivamente – indossate indumenti vecchi o la spesa della tintoria, il giorno dopo, sarà salata.

Ovunque, e quando dico ovunque intendo dire ovunque, si scorgono zucche di ogni forma, intagliate nei modi più originali. Che sia sulle ringhiere dei balconi, dietro le finestre, accanto alle porte, lungo i cornicioni, le zucche sono ovunque.

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Ci hanno persino fatto un concorso, e allora sì che se ne vedono di tutti i colori, anzi forme. Da Frankenstein al “selfomane”, non mancherà nulla.

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Ma allora è Halloweeen! Altro che “Fucacose e Cocce Pregacose”, Paola, questo è Halloween!

No –  vi rispondo – Altro che Halloween, queste sono FUCACOSTE e COCCE PRIATORIJE.

La forma originale della zucca dovrebbe essere quella di una zucchina in versione gigante. L’intaglio dovrebbe, invece, essere quello della croce. Il luogo in cui posizionarle, quello originale, dovrebbe essere l’uscio esterno della porta.

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In questo, solo in questo modo, anticamente, si poteva illuminare il cammino alle anime dei defunti che, in questa notte, tornano a far visita alle loro famiglie.

“Ma dai, ci stai prendendo in giro? Che c’è di diverso da Halloween, anche lì si parla di “zombie” che se ne vanno a spasso per le città, di notte. Ora, siccome queste anime sono gentili e, invece di spaventare, vanno a fare visite di cortesia, ci piazziamo un nome popolare e la festa diventa bella che consacrata.” Potreste, giustamente, obiettarmi. Il significato è molto più antico e profondo, in realtà.

Come vi ho scritto, ce lo ha spiegato un sacerdote nella chiesa principale di Orsara.

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Era un’antica usanza commemorare i defunti, festeggiandoli, sin dalla notte precedente. Venivano organizzati grandi banchetti, che riunivano tutta la famiglia, in nome del rispetto e dell’amore che ancora si nutriva per i cari scomparsi. Persino chi aveva litigato, in famiglia, doveva trovare il modo di riconciliarsi, per non mancare al momento di convivialità. I grandi banchetti, che prendevano il nome di Purgatorio o Anime della notte dei morti, secondo il dialetto locale, erano imbandite anche con i cocci. Questi erano ricavati sempre da zucche, tagliate, svuotate, essiccate all’interno con il sale, fino a prendere la forma di calici. Si mangiava, si beveva nei cocci e si aspettava la mezzanotte. Al rintocco della mezza, sempre secondo un’antica tradizione risalente addirittura al Diciottesimo secolo, gli uomini, i capifamiglia, mollavano tutto, indossavano gli abiti della confraternita (i cappucci) e si incamminavano, in processione, per le strade del paese.

Attrezzati di “fucacoste”, torce ottenute dalle zucche intagliate, che gli uomini portavano accanto (fuca-coste), per illuminare le vie buie di Orsara, si recavano di porta in porta, per raccogliere beni alimentari di qualsiasi genere, da offrire ai defunti, durante la messa nera. La messa nera?! Oh mamma!

Sì, la messa nera. Quella che veniva celebrata nel cuore di questa notte e che vedeva la chiesa interamente velata di drappi neri o viola, come nel venerdì Santo, in segno di lutto. Per questo messa nera.

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Terminata la processione, terminata la messa, gli uomini facevano ritorno nelle loro case e, trovando ancora intatto il piatto lasciato in sospeso, lo divoravano tutto prima di andare a dormire. E, sempre prima di andare a dormire, ponevano sul tavolo gli avanzi della questua, ovvero gli alimenti raccolti nelle case e non utilizzati per la messa, in dono per i loro piccoli figli, in modo che potessero mangiare di più il giorno seguente.

Parentesi. È usanza, nella provincia di Foggia, far trovare ai bambini, la mattina del 2 novembre, accanto al letto, una calza piena di dolciumi. Quella che in tutta Italia, per intenderci, viene normalmente donata il giorno dell’Epifania.

Dalle mie parti i bimbi sono più fortunati, perché ricevono la calza dei morti e la calza dalla Befana. Si fa credere loro, senza spaventarli, che, nella notte, i cari defunti della famiglia siano venuti in visita e abbiano lasciato questo piccolo dono. In più, è credenza comune che si debba imbandire un piccolo spuntino, in cucina, la sera prima, perché il defunto in visita, prima di lasciare la calza e andar via, possa ristorarsi dal viaggio.

Questa usanza, secondo “la leggenda orsarese”, dovrebbe aver avuto origine dalla famosa processione degli incappucciati.

Piaciuta la favola?

Che sia una favola o no, una leggenda o un’usanza realmente esistita, questo possono dircelo solo i defunti, appunto.

Quella della calza dei morti è, invece, una tradizione realmente esistente, come quella di imbandire la tavola. Da piccola, sono cresciuta con i racconti di mia nonna che ogni anno mi ripeteva questa storia. Da grande ho solo continuato a ricevere la calza, finché non ho scoperto le mie intolleranze. Bello rimanere bambini fino a 30 anni.

Spulciando su internet troverete diverse interpretazioni di questa festa, tutte rispondenti alla versione ufficiale. Quella che vi ho raccontato io si discosta un tantino, o forse l’approfondisce meglio. Non l’ho letta da alcuna parte, né l’ho inventata, l’ho solo sentita raccontare ieri sera e mi ha talmente affascinata da volerla condividere sul blog.

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Chiudo il mio articolo più lungo, accompagnandovi velocemente in giro per queste strade.

Oltre a tutti gli scatti che vi ho mostrato, ai falò ed alle zucche, Orsara diventa anche un trionfo di musiche, danze, buon cibo tipico e tanta carne alla brace.

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Gruppi più o meno folkloristici animano la serata. Artisti di strada stupiscono con le loro performance. Taverne, osterie e panetterie offrono le migliori prelibatezze. Ed a mezzanotte esce davvero la processione degli incappucciati.

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A quest’ultimo proposito, c’è un posto ad Orsara, di cui vi parlerò meglio in un articolo dedicato, in cui potrete assaporare un Pane Divino. Così viene definito, localmente, il pane fatto con lievito madre, cotto nel forno a paglia, da Pane e Salute.

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Andateci, per carità. Non andate via da Orsara se prima non avete assaggiato il suo pane.

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Di speciale ha il sapore. In questa serata lo hanno offerto “imbottito” di salsiccia, peperoni, patate e, ahimè, cacio. Se siete intolleranti a questi alimenti, non ve lo mostro, anche perché non ho potuto mangiarlo.

Se poi, come me, cercate qualcosa di più tradizionale, eccovi questo piatto povero: il pancotto.

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Siamo sempre da Pane e Salute, solo che, invece del panino, come a Praga, ci hanno servito questa bella pagnottella ripiena di zuppa. Pane raffermo cotto con patate, salsiccia e verdure: questa la zuppa che mi ha riscaldato e arricchito la serata.

È un piatto povero, tipico della zona, senza caseari, senza uova, nelle versioni senza salsiccia, anche vegano. Non devo spiegarvi la bontà, perché dovrete assaggiarlo e giudicare voi. Buono, genuino e buono.

Se poi vi fermerete e farete una pausa caffè al bar centrale: il Gran Caffè De Angelis, allora potrete trovare anche della buona cioccolata fondente senza lattosio, né caseina. È fatta artigianalmente da loro.

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Con le dovute cautele, abbandonatevi a questi sapori tipici senza rinunce.

Allora, meglio Halloween o le Fucacoste? Dai, tutto sommato le nostre tradizioni non hanno nulla da invidiare a quelle estere. Apriamo la mente con i festeggiamenti del 31, ma non scordiamoci i nostri, di festeggiamenti. Piccola paternale? Certo che no, festeggerete due volte, più di così.

Aspetto i commenti e, chiaramente, se ci siete stati, fatemi sapere.

A presto.